sabato 8 novembre 2008

La Pira

Commemorato a Firenze Giorgio La Pira

Il programma di un politico cattolico


Mercoledì scorso, 5 novembre, l'arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, ha presieduto nella basilica di San Marco una concelebrazione eucaristica per il trentunesimo anniversario della morte del servo di Dio Giorgio La Pira, luminosa figura di politico cristiano, per anni sindaco del capoluogo toscano. Pubblichiamo qui di seguito ampi stralci dell'omelia pronunciata da monsignor Betori.

Mi pare una coincidenza particolarmente significativa che, all'inizio del mio ministero pastorale a Firenze, mi sia dato in questo giorno di presiedere la celebrazione del 31° anniversario della morte di Giorgio La Pira, straordinaria figura di cristiano, terziario domenicano fedelissimo alla sua consacrazione, sindaco di Firenze, profeta e costruttore di pace e di unità tra i popoli, figura eccelsa di santità in questa Chiesa. Qui, nella basilica di San Marco, giustamente riposano le spoglie mortali di La Pira, la cui memoria quest'anno viene celebrata "nel segno della fratellanza tra i popoli". Questa fratellanza è, secondo La Pira, vocazione comune sia della Chiesa fiorentina sia della città di Firenze.
Giorgio La Pira è un convertito. La chiamata l'ha sentita nel pieno della sua giovinezza: nel 1924, a vent'anni, come annota sulla prima pagina del Digesto di Giustiniano, lo strumento di lavoro fondamentale per i suoi studi di romanistica. "A vent'anni; epoca di luce e inizio di unione al Maestro". Da questo incontro si deve necessariamente partire per comprendere chi è La Pira, qual è il suo vero segreto. La Pira è un discepolo del Signore, il titolo più alto cui un cristiano può e deve aspirare. La Pira risponde di sì al Signore che lo chiama ed è un sì totale, senza incertezze, al quale rimane fedele sempre. In questo incontro con Cristo, La Pira conquista la vera libertà, che lo conduce all'assoluto distacco da ogni vincolo. Anche rimanere nello stato laico, non scegliere il sacerdozio, sembra rispondere a questa esigenza: servire il vangelo nel modo più umile, più libero. La lettera a una suora del Carmelo di Careggi nella Pasqua del 1933, la quale ha letto un suo articolo e ha creduto che fosse stato scritto da un sacerdote, rivela questo amore a Cristo senza condizioni: "Io non sono sacerdote, come ella ha supposto, Gesù non ha voluto e non vuole queste cose da me. Sono solo un giovane cui Gesù ha fatto una grazia grande: il desiderio sconfinato di amarlo e di farsi sconfinatamente amare".
La Pira vuole rimanere laico perché essere laico gli assicura una maggiore possibilità di annunciare il vangelo ubi Christus non est nominatus. Unico accredito la professionalità: "Essere laici che si distinguono per una professionalità rigorosa", scrive. "L'eccellenza professionale come lettera di accredito nella società". Lasciandosi guidare unicamente dallo Spirito, La Pira plasma la sua anima mistica e vive misticamente l'intera sua vita. Scrivendo nel 1938 a padre Agostino Gemelli, assistente spirituale dei missionari della Regalità, l'istituto secolare al quale La Pira ha subito aderito, dice: "Sono trascorsi dieci anni da che per la prima volta... si parlò di questo dolce ideale della consacrazione a Dio. Allora avevo 24 anni e avevo - come per grazia divina ho ancora - il cuore innamorato di Cristo: sentivo con più energia di ora tutta la bellezza di una vita consacrata unicamente a questo fine: l'amore infinito di Dio e di Cristo... L'esperienza di questi dieci anni non mi ha deluso: mi sembra divinamente bello questo vagare libero per amore di Cristo; unica regola: la carità...".
Il brano della Lettera ai Colossesi, proclamato come prima lettura, richiama il tema sotto il quale si pone la celebrazione di questo anno: la fraternità fra i popoli. Questo brano - il Cristo tutto in tutti - insieme al testo della Lettera agli Efesini 4, 11 (in aedificationem corporis Christi), come egli amava dire citando in latino, è fondamentale nella visione di La Pira, sia del La Pira vincenziano, sulle orme di Ozanam, che rimane sua vocazione specifica, sia del La Pira uomo politico. I biografi narrano di un'illuminazione ricevuta nell'Epifania del 1951, mentre assisteva alla messa nella Chiesa Nuova a Roma. Ne parla La Pira stesso in una lettera alle claustrali dieci anni dopo: come il Signore abbia voluto affidare a lui, ormai impegnato nella vita pubblica, già con un'esperienza alle spalle nell'Assemblea costituente, nel Parlamento, e poi nel Governo, una particolare missione per l'unità e la pace dei popoli. È la sua visione teologica.
La Pira amava anche richiamarsi al discorso di Gesù nella sinagoga di Nazaret: "A Nazaret nel "suo discorso programmatico" (il primo!) il Signore indica "le frontiere di Isaia", "la Terra promessa" dell'unità, della pace, della liberazione da ogni oppressione dei popoli di tutta la terra. Il cammino della storia, sotto il segno vivificante e orientatore dello Spirito Santo, di Cristo Risorto, della Chiesa, avrà, come suo punto terminale, la pace, l'unità e la promozione e liberazione terrestre dei popoli".
Questo è il vero programma del La Pira politico. Essere promotore di unità e di pace nel nome del Vangelo. C'è da chiedersi quali gesti e iniziative avrebbe ideato per reagire alle morti di tanti cristiani nel mondo, in specie nell'Asia, in spregio a quel fondamentale diritto umano e dei popoli che è la libertà religiosa! Le nostre flebili voci di oggi sono del tutto inadeguate ai suoi orizzonti smisurati e coraggiosi.
È stato un politico La Pira? Sì! Ha cercato di dare un'anima alla politica. Mi pare bello quello che scrisse su di lui Carlo Bo: "La Pira è passato, sì, come una meteora nel cielo della politica che era indegna di lui, ma è stato, per altro verso, il simbolo di un'altra e più alta ragione: anche un santo può fare politica".
Essere presenti alle vicende del mondo è fondato per Giorgio La Pira su una convinzione profonda dell'unità tra la dimensione interiore del credente e il suo spendersi nella storia. Lo diceva con parole ancora una volta solo apparentemente paradossali: "Credevamo che bastassero le mura silenziose dell'orazione! Credevamo che chiusi nella fortezza interiore della preghiera noi potevamo sottrarci ai problemi sconvolgitori del mondo; e invece nossignore; eccoci impegnati con una realtà che ha durezze talvolta invincibili [...]. L'orazione non basta; non basta la vita interiore; bisogna che questa vita si costruisca dei canali esterni destinati a farla circolare nella città dell'uomo".
La Pira consegna oggi a noi questa passione e questa missione. Nel discorso in Palazzo Vecchio in cui saluta Monsignor Florit, dopo aver passato in rassegna le date più significative della storia di Firenze, gli ricorda la vocazione e la missione (oggi ancora più di ieri) della Chiesa di Firenze e, correlativamente, della città di Firenze. "Rendere sane - col sale della grazia e col sale della verità, della civiltà, della bellezza, della giustizia e della pace - le acque non solo dell'Arno, ma (in certa misura ed entro certi limiti) di tutti i fiumi che bagnano le città di tutta la terra!". Spes contra spem ci ripete anche oggi La Pira: "Sperare contro ogni speranza è un atto di fede che Dio benedice quando si tratta di affermare fra tutti gli uomini il vincolo di fraternità che li unisce al comune Padre Celeste!".



(©L'Osservatore Romano - 8 novembre 2008)

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